Che fine hanno fatto i giovani nei partiti?
Che fine hanno fatto i giovani nei partiti? La risposta sembra ovvia e dettata soprattutto da una visione partitocratica, basata sull’attaccamento alle poltrone piuttosto che sul ricambio generazionale.
Il nuovo millennio ha portato i social network a essere protagonisti e luoghi d’incontro virtuali privilegiati, ma sarebbe riduttivo pensare che i giovani di oggi non sentono dentro quel sentimento politico che ha guidato ed esaltato intere generazioni.
Di esempi su movimenti studenteschi e politici giovanili se ne potrebbero fare tantissimi, ma si rischierebbe di analizzare e ricordare quasi con nostalgia le generazione passate ed ignorare quelle attuali.
La politica italiana a riguardo è ed è stata nell’ultimo decennio miope e caratterizzata da una visione clientelare e arrivista che sicuramente ha preferito il politico vissuto piuttosto che il giovane promettente.
Esempio lampante di tutto questo è sicuramente l’attuale legge elettorale che premia, senza reali consensi, onorevoli scelti dalle segreterie con logiche spartitorie e ricompensatorie.
Ridare fiducia alle attuali generazioni è possibile solo mettendo i giovani nella condizione tale di potersi mettere in gioco e dimostrare quello che realmente valgono. Ma badate, non sono però d’accordo al ricambio generazionale forzato, cioè perché lo si deve fare ed è bello da vedere, ma un ricambio generazionale di qualità dove prevalgano giovani propositivi, preparati ed intelligenti; insomma si dovrebbe privilegiare la sostanza alla forma e non viceversa.
L’Italia, le regioni, le province ed i comuni non hanno sicuramente bisogno di giovani che vanno a riscaldare le poltrone, che nel corso del loro mandato elettorale non si alzano nemmeno per dire “presente” e che si vantano pure di costituire, a loro modo, la classe dirigente del domani. La parola classe dirigente ha un significato particolare ed importante soprattutto in questo contesto storico-politico. Si prega di usarla con cura e non per spocchia, vanteria o alterigia.
Valerio Lauricella
Il nuovo millennio ha portato i social network a essere protagonisti e luoghi d’incontro virtuali privilegiati, ma sarebbe riduttivo pensare che i giovani di oggi non sentono dentro quel sentimento politico che ha guidato ed esaltato intere generazioni.
Di esempi su movimenti studenteschi e politici giovanili se ne potrebbero fare tantissimi, ma si rischierebbe di analizzare e ricordare quasi con nostalgia le generazione passate ed ignorare quelle attuali.
La politica italiana a riguardo è ed è stata nell’ultimo decennio miope e caratterizzata da una visione clientelare e arrivista che sicuramente ha preferito il politico vissuto piuttosto che il giovane promettente.
Esempio lampante di tutto questo è sicuramente l’attuale legge elettorale che premia, senza reali consensi, onorevoli scelti dalle segreterie con logiche spartitorie e ricompensatorie.
Ridare fiducia alle attuali generazioni è possibile solo mettendo i giovani nella condizione tale di potersi mettere in gioco e dimostrare quello che realmente valgono. Ma badate, non sono però d’accordo al ricambio generazionale forzato, cioè perché lo si deve fare ed è bello da vedere, ma un ricambio generazionale di qualità dove prevalgano giovani propositivi, preparati ed intelligenti; insomma si dovrebbe privilegiare la sostanza alla forma e non viceversa.
L’Italia, le regioni, le province ed i comuni non hanno sicuramente bisogno di giovani che vanno a riscaldare le poltrone, che nel corso del loro mandato elettorale non si alzano nemmeno per dire “presente” e che si vantano pure di costituire, a loro modo, la classe dirigente del domani. La parola classe dirigente ha un significato particolare ed importante soprattutto in questo contesto storico-politico. Si prega di usarla con cura e non per spocchia, vanteria o alterigia.
Valerio Lauricella