#OpenBlog - Mafia: una definizione inutile, ancorché non richiesta, del 15/05/2019


Questo articolo mi è stato ispirato dalla lettura di diversi romanzi di (in ordine cronologico) Federico De Roberto, Leonardo Sciascia, Simonetta Agnello Hornby, Giuseppina Torregrossa non perché tutti parlino di mafia (solo Sciascia ne parla apertamente), ma perché mi svelano una Sicilia che, seppur romanzata, non trova spazio nei saggi politico-sociali ai quali mi sono dedicato lungamente.

Per me è stata quindi un’enorme sorpresa avere imparato di più dalla lettura di questi autori che dai saggi di notori accademici (che mi hanno comunque fornito un indispensabile background conoscitivo); romanzi resi ancora più interessanti dalla notevole capacità espressiva dei loro meritatamente famosi autori. L’articolo è dunque frutto di un’elucubrazione condotta astrattamente rispetto a fatti o dibattiti che potrebbero essere all’ordine del giorno in questo periodo a Siculiana e di cui, in ogni caso, sono all’oscuro. 

La mafia è l’atteggiamento tipico delle classi sociali elevate siciliane, le quali hanno sviluppato – in un passato caratterizzato dall’assenza dello stato che farebbe oggi felici i sostenitori dell’anarcocapitalismo – la tendenza al rapace accaparramento di tutte le risorse materiali esistenti sul territorio, mediante il sistematico ricorso all’imbroglio delle carte imbrogliate e alla violenza. Poiché, tanto per imbrogliare le carte che per fare violenza ci vogliono complici tra i professionisti e i pubblici ufficiali (in passato soprattutto i notai), negli uffici pubblici e tra i delinquenti, i mafiosi agiscono sempre per il tramite di altri, i quali a loro volta agiscono o sotto minaccia o partecipando entusiasticamente all’organizzazione di truffe e crimini per la ricompensa alla quale anelano. I complici di quest’ultima specie sono anch’essi bramosi di potere e ricchezza e di sollevarsi ad un livello sociale superiore per via della naturale tendenza dell’uomo ad emulare i modi e gli stili di vita delle classi superiori e non già di battersi per ottenere l’uguaglianza e la stessa libertà per tutti. Nella società senza stato, che ha lungamente caratterizzato la Sicilia, questo senso predatorio si è diffuso dalle classi sociali più alte a quelle più basse per emulazione e ha finito con il permeare l’intera società, finendo col divenire un tratto culturale più comune di quanto si voglia accettare. Ovviamente la tendenza all’accaparramento di cose altrui o di cose di tutti non è in sé mafia, bensì è ambizione, bramosia, invidia, opportunismo. “Mafia” è, invece, il blocco sociale che fa di queste naturali pulsioni umane predatorie un sistema di potere, potendosi giovare dell’assenza di limiti all’ambizione imposti dall’autorità statale, poiché i limiti dettati dalla morale religiosa vengono scrupolosamente aggirati da chi è senza scrupoli. Naturalmente, il blocco sociale della mafia è stato storicamente quello dei proprietari terrieri, molti dei quali divennero nobili nel periodo spagnolo mediante l’acquisto del titolo di “barone” – che insieme a quello di “principe” era l’ultimo grado della nobiltà (mi pare di capire che il titolo venne inventato per favorire i grandi proprietari terrieri di un titolo nobiliare che non potevano avere per difetto di nascita) – a sanatoria di acquisizioni non trasparenti di terreni e latifondi altrui. È altresì naturale che il blocco sociale della mafia, che dunque è molto più esteso della classe dei latifondisti, comprendendo, come detto, tutta una schiera di complici arricchitisi per fare il gioco del più potente – schiera che andò a formare quella borghesia che giustamente Leonardo Sciascia definì “parassita”, perché non creata dai commerci, dall’artigianato e dall’industria, ma speculando sul sopruso – abbia sempre rappresentato un blocco della conservazione sociale. Questa mafia esiste ancora oggi ed è il vero freno della Sicilia, perché non ha alcun interesse al reale progresso della società siciliana nel suo complesso. Questa mafia è un fenomeno assai diverso e radicato dell’organizzazione criminale detta “Cosa Nostra” che, da perfetta holding del malaffare, è un prodotto del capitalismo americano, da cui è stato importato in Sicilia negli anni ’60; holding avente lo scopo di fornire beni e servizi che, benché illegali, hanno richiesta e danno vita ad un florido mercato. Cosa Nostra non poteva, secondo logica, nascere nella Sicilia agraria di quegli anni, una Sicilia che non aveva nemmeno idea di cosa significasse l’espressione “economia di mercato”. Potremmo, dunque, dire che Cosa Nostra è stata usata e protetta dalla mafia, ma affermare che mafia e Cosa Nostra siano la stessa cosa è, secondo me, assolutamente sbagliato e fuorviante. La lotta contro Cosa Nostra, e più in generale contro la delinquenza, spetta principalmente alla magistratura e alle forze dell’ordine, perché nessun privato cittadino ha il potere di condurre indagini, arrestare, processare e condurre in carcere i propri simili. E comunque non si può chiedere sempre ai privati di colmare il vuoto delle omissioni delle istituzioni. Quello che tutti potremmo fare, invece, è contrastare politicamente il blocco sociale della conservazione, quelli dalla cui bocca scaturiscono belle parole di progresso e di umanità, ma che nei fatti non fanno che accrescere i loro patrimoni speculando sulle amministrazioni pubbliche – in cui il loro lavoro consiste spesso nello scaldare la sedia – sulle leve del comando delle amministrazioni territoriali, su amicizie politiche, sulla preventiva conoscenza di bandi di gara e di possibilità di finanziamento, sulle amicizie importanti e via dicendo.

In estrema sintesi, quello che affermo non è che le società umane non debbano essere rette dai più ricchi – onestamente non vedo come possa la società essere organizzata diversamente, visto che la disuguaglianza è un tratto dell’umanità che emerge anche nei regimi socialisti – quanto il fatto che l’élite che regna in Sicilia non ha le qualità delle più avanzate élite che regnano altrove in Occidente. È dunque nell’arretratezza etica di questa élite che risiede l’arretratezza dell’intera Sicilia e l’ignoranza dei siciliani che tutti percepiamo ma che tutti fatichiamo in realtà a vedere, dato che i siciliani non sono meno istruiti degli altri. Fortunatamente per questo blocco sociale, però, le élites mondiali mostrano sempre più i segni di un’irrequieta volontà di potenza predatoria, che sta già portando l’intero Occidente a dividere i ricchi dai poveri senza passare da quella famosa classe media nella quale, penso, avremmo tutti la possibilità di appartenere. Secondo me, quindi, non ha alcun senso cercare la data d’inizio del fenomeno mafioso, come fanno gli storici. Nemmeno fanno bene a noi stessi quelle banalizzazioni per cui la mafia e lo stato sono la stessa cosa. Infine, non fa ci nemmeno bene darci dell’ignorante l’uno l’altro, come a sottendere che chi da dell’ignorante agli altri è meno ignorante di costoro. La verità, secondo me, è che la nostra ignoranza è di natura etica e ci viene calata dall’alto, ma sempre entro i piccoli confini delle nostre comunità.

Nicola Palilla
Siculiana, il 15/05/2019

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