lunedì 1 febbraio 2016

Open blog - L'opinione non richiesta alla domanda che nessuno ha posto: la questione delle unioni civili


Doverosa premessa: se qualcuno ha ancora interesse a conoscere la mia opinione su di un qualche tema d'attualità, sono lieto di consigliargli la lettura di questo articolo, tuttavia avvertendolo che, un po' come al mio solito, quello che andrà a leggere potrebbe non piacergli. Mi si potrebbe non a torto chiedere: «devi per forza rendere edotta la comunità del tuo pensiero sulle unioni civili, visto che nessuno te l'ha chiesta?». La mia risposta: non so, forse che in tempi di così grande noia, trovi divertente provocare qualche rissa da bar con i commenti che i lettori avranno la grazia di postare (che, tanto, non leggerò).

La mia opinione circa il tema delle unioni civili, di così stretta attualità, è che esse non vadano permesse. Io mi considero buono, una persona sinceramente buona. Non condivido, invece, il cosiddetto “buonismo”, ossia l'arte di fingere di essere buoni e permissivi, ma anche la tendenza a piazzare la propria morale sempre nella direzione che appare essere quella giusta, sulla base delle mode del tempo e delle influenze della televisione e della cinematografia.
Ovviamente, ciò non significa che tutti gli individui sinceramente buoni come me debbano per forza condividere la mia opinione. Ciò che sto cercando di dire è che troppo spesso si sposano delle opinioni solo perché le si prendono per come vengono e perché le si accettano ad un livello superficiale di comprensione. Molte volte non cerchiamo di approfondire la conoscenza delle cose, pensando di avere fatta propria un'opinione che gira, forse per ragioni religiose o politiche o di convenzioni sociali o per puro opportunismo. O semplicemente, perché di quell'argomento, in tutta realtà, non ce ne frega un bel nulla. Sicuramente, scegliere la propria preferita tra diverse idee precostituite è molto più semplice e meno dispendioso di doversene fare una propria o di dover pervenire all'accettazione di una sola fra quelle proposte, dopo un attenta valutazione delle opzioni. Per questo Socrate amava e praticava l'arte della maieutica.
Dirò senza mezzi termini che a mio parere l'omosessualità è una moda del nostro tempo, un modello comportamentale, uno stile di vita, un modalità di fare sesso. Non è, invece, una sessualità normale. Io sono fermamente convinto del principio kantiano (mi perdonerete se ne faccio un'indegna parafrasi) per cui non può essere morale quella massima che, se universalizzata, detterebbe un comportamento di autodistruzione della specie umana. In altri termini, se tutti preferissimo intrattenerci sessualmente con persone del nostro stesso sesso, l'umanità non potrebbe più procreare e continuare a popolare il pianeta. In quanto specie terrestre, l'uomo è una delle tante forme di vita scaturite dalla Natura che, seguendo il principio fondamentale della Natura stessa, poiché esiste, deve perpetuarsi. Se le specie, infatti, non si perpetuassero, la Natura avrebbe fine. É, dunque, contro la Natura, che ci ha fatti maschi e femmine appositamente perché il maschio ingravidi la femmina, che individui dello stesso sesso si uniscano fisicamente. In un senso squisitamente razionale, ossia secondo il principio kantiano summenzionato e non per un dogma religioso, l'omosessualità è del tutto immorale. Considero “morale” ciò che ritengo “buono” ed “immorale” ciò che ritengo “non buono”. Considero “buono” quel comportamento che aiuta la conservazione e perpetuazione della specie, “non buono” quel comportamento che provocherebbe l'annientamento della specie.
Spero d'avere, in questi termini, chiarito come il mio concetto di moralità non abbia nulla a che vedere con la religione. Anche perché mi sono sempre professato ateo.
Cos'è l'omosessualità? A mio modo di vedere, essa è un comportamento sessuale e non un terzo genus. Tutto qua. Intrattenere rapporti sessuali è come avere l'abitudine di fare jogging, di bere, di fumare, di drogarsi: si tratta, cioè, di una cosa che si è provato una volta e che è piaciuta a tal punto da averla assunta come indispensabile alla nostra stessa definizione identitaria. Il fenomeno dell'omosessualità, in altri termini, è oggi così diffuso dall'avere generato la necessità di regolamentare le unioni tra persone dello stesso sesso, ma la diffusione del fenomeno è legata al fatto che giustamente l'omosessualità non è più socialmente e legalmente repressa.
Per dirla in altre parole: non è che l'omosessualità sia così diffusa perché è una cosa naturale; è che avere rapporti omosessuali non è più considerato riprovevole. Ciò non toglie che essa non sia nella Natura, ma nella natura singola di qualche individuo, il quale, così come alcuni vedono e sentono cose che la generalità delle altre persone non vedono e non sentono, prova attrazione verso le persone del proprio sesso. Sto dicendo esattamente questo: l'omosessualità è un comportamento deviante. Questa affermazione, sia chiaro, non ha alcun contenuto omofobo e non intende dire che l'omosessualità vada sanzionata legalmente e civilmente e nemmeno che i comportamenti omosessuali siano da sanzionare o che l'omosessualità vada in qualche modo curata.
Quello che del mio pensiero vorrei fosse chiaro è che, riconosciuta la libertà di ognuno a vivere secondo le proprie inclinazioni, tale condotta non dovrebbe essere meritevole di regolamentazione legislativa. Tanto meno alle coppie omosessuali dovrebbe essere concessa l'adozione, giacché è noto che i bambini tendono ad imitare i comportamenti dei genitori.
Oltretutto, considero davvero offensivo che si ritenga giusto riconoscere diritti matrimoniali e d'adozione alle coppie omosessuali per un senso di pietà nei loro confronti, atteggiamento molto diffuso tra i cattolici, i quali, considerandosi superiori agli altri perché seguaci dell'unico vero dio, guardando tutti dall'alto in basso, hanno sempre questa capacità di dire: “mischinu” in tutte le lingue del mondo. Questo rispetto degli omosessuali per “mischinaggine” è qualcosa di terribilmente offensivo, irriguardoso ed è indice di ignorante buonismo. Non credo che le persone che stanno oggi reclamando ciò che ritengono sia un loro diritto si sentano onorate da questo tipo umiliante di sostegno.
A mio giudizio, gli individui omosessuali, ossia coloro che lo sono fin dalla nascita, come tendenza naturale, sono veramente pochi. La diffusione della pratica sessuale omosessuale, invece, avviene allo stesso modo con cui si diffonde qualunque altro comportamento, virtuoso o vizioso, ossia mediante il suo esperimento. Chi, per una qualche ragione, si ritrovasse a fare l'esperienza del rapporto omosessuale e la trovasse interessante, si scoprirebbe a sua volta omosessuale, perché assumerebbe il comportamento di intrattenere rapporti sessuali con quella persona del suo stesso sesso che l'ha sedotta, al pari di quanto avviene tra due individui di sesso differente. D'altra parte, è noto quanto sia fondamentale l'esperienza sessuale per la creazione di un legame tra individui.
Adesso mi permetterò di avanzare delle considerazioni per anticipare l'obbiezione di quanti diranno che l'omosessualità è un fatto ordinario che solo l'ignoranza ha represso per secoli e secoli. Coloro che avanzeranno questa obbiezione diranno che l'omosessualità era diffusa e accettata nell'antica Grecia.
La prima considerazione che mi viene da fare è che pare che anche la pederastia (ossia, la pedofilia) fosse diffusa e accettata nell'antica Grecia. Ciononostante, nessuno si sogna di affermare che i pedofili abbiano il diritto di legarsi carnalmente con individui minori d'età, con particolare riferimento ai bambini. Non è da escludere che tra qualche decennio, continuando di questo passo, si arrivi ad accettare anche la pedofilia come un fatto ordinario, visto che nell'antica Grecia dicono che lo fosse. Invero, ho i miei dubbi sul fatto che la pedofilia fosse diffusa e accettata in Grecia. Gli antichi usavano il verbo “amare” con il significato di “voler del bene” ad una persona, non necessariamente nel significato di amare in senso fisico. Se non fosse così, dovremmo sostenere che anche il buon Gesù, che dicono essere stato castissimo, avrebbe dovuto essere un implacabile amatore di uomini, donne e bambini. Questo non esclude che qualche pervertito educatore dell'antichità classica abbia potuto intendere il concetto di amare i propri allievi in senso fisico; ma  circoscrive la possibilità che tale condotta sia stata praticata a soli casi eccezionali e non ordinari. Soprattutto, voglio sperare che a nessuno venga in mente di dire che, siccome i Greci erano pedofili, dovremmo accettare la pedofilia.
Per quanto riguarda l'omosessualità: è assolutamente vero che famosi passi di opere classiche e dipinti descrivano storie e scene di amore omosessuale, ma questo non significa affatto che l'omosessualità fosse una cosa accettata e diffusa presso l'antichità. Se affermassimo una cosa del genere, allora dovremmo ritenere che tutti i greci erano prestanti e belli come potremmo ricavare dalle loro sculture. Sempre dalle sculture dovremmo ricavare che non esistevano donne in Grecia, dato che nessuna donna, fatta eccezione per le dee, fu mai scolpita da scultore nell'antica Grecia. Nemmeno nella democratica Atene alle donne era concesso di uscire di casa e condurre una vita sociale. La mentalità comune dei greci, ossia quella della stragrande maggioranza delle persone che vivevano nelle poleis, era una cosa ben distinta dalla filosofia e dalla letteratura della stragrande minoranza di persone dotate di grande intelletto. Non facciamoci illusioni: gli antichi greci erano degli ignoranti secondo gli standard del loro tempo, così come gli italiani di oggi sono degli ignoranti secondo gli standard del nostro tempo. Non è che, siccome alcuni scienziati sono capaci di spedire razzi sulla Luna, tutti gli uomini sappiano fare lo stesso. Anche i più grandi intelletti dell'antichità classica avevano enormi pregiudizi circa l'intelligenza delle donne. Ora, come pensare che un popolo di rozzi contadini, pastori, navigatori e mercanti di cultura e mentalità popolana potesse essere così avanzato da accettare l'idea dell'omosessualità, mi rimane un grande mistero. Eppure, abbiamo delle testimonianze nell'arte e nella letteratura. Ebbene, bisogna qui accogliere che la storia, l'arte e la letteratura hanno iniziato ad interessarsi delle condizioni di vita e di pensiero del popolo comune solo a partire dall'Ottocento, perché fino ad allora gli artisti, i poeti, gli storici, gli scultori, i pittori non avevano fatto altro che descrivere gli ambienti dei ceti ricchi. Perché? Per la semplice ragione che solo i ricchi potevano commissionarne le opere e pagarle. Oppure, perché solo i potenti e ricchi potevano (e possono) scrivere la storia. Quello che voglio postulare è che l'omosessualità sia stata nell'antichità ristretta ai soli ceti abbienti, non anche al popolo, e che in ogni caso fosse “accettata” nel solo senso di “tollerata” e non anche in quello di essere stata “istituzionalizzata”.
Trattandosi di ceti abbienti, inoltre, vorrei anche postulare che in molti casi poteva trattarsi di un desiderio di vivere un'esperienza diversa dalla solita, solo per provare qualcosa di diverso, avendo già avuto la facoltà di godere di tutti i piaceri possibili. La massa dei padri contadini, pastori e pescatori avrebbero preso a bastonate i propri figli se li avessero scoperti omosessuali. Oltretutto, non pare che l'omosessualità degli alti strati della popolazione delle città più evolute dell'antica Grecia (perché dobbiamo ricordarci che dell'antica Grecia faceva parte anche Sparta, dove qualunque forma di deviazione veniva sanzionata gravemente, per così dire, e che sul modello di Sparta erano organizzate numerosissime città stato dell'Ellade dell'epoca) sia mai scaturita in matrimoni tra persone dello stesso sesso, perché era considerato retto solo contrarre matrimonio con  una donna per non essere oggetto di pregiudizi (esattamente come è ancora oggi, tra l'altro), relegandosi l'omosessualità alla sola possibilità di intrattenere occasionali rapporti sessuali (al pari di una “fuitina”, una storia).
In altri termini, anche in Grecia non era ammesso sposare una persona del proprio stesso sesso. In ulteriori altri termini, vorrei affermare, ma non posso provare tale affermazione, che l'omosessualità sia un comportamento che ha sempre trovato diffusione tra gli stati sociali che possono vivere in condizione di agiatezza ed opulenza, in questo senso conciliandosi con qualunque tipo di cultura dell'antichità e dei tempi moderni. Se fosse così, si spiegherebbe bene come mai il fenomeno si sia così diffuso a partire dal XX° secolo. Si potrebbe anche provare a studiare la connessione, se esistente, tra la diffusione del fenomeno e le fasi declinanti delle società. Non certo nel senso che l'omosessualità sia la causa del declino, ma in quello che esso si diffonde più facilmente in questi frangenti storici.
A mio parere, quindi, la pratica omosessuale nella storia dell'uomo è sempre stata tutt'altro che un fenomeno ordinario e di certo non ha mai dato vita a famiglie. Semmai, nella generalità dei casi, essa è stata alla stregua di un'esperienza sessuale che poteva avvenire soprattutto tra le persone più benestanti per il desiderio di provare qualcosa di nuovo. Sempre nell'ambito della ristretta cerchia di persone a cui era permesso l'accesso all'arte, possiamo, infine, anche vederla come una forma di idealizzazione estrema dell'amore e della bellezza.
 
Nicola Palilla

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