martedì 22 febbraio 2011

A memoria di Pipppo Colletti: cantautore e cantastorie e poeta di Siculiana

Vogliamo riproporre uno dei primi articoli del nostro blog, dedicato a PIPPO COLLETTI, cantautore, poeta e cantastorie di Siculiana, affinche possa restare vivo il ricordo di un uomo che ha cantato i drammi, le inquietudini, le emozioni e le vicende sociali sociali relative a Siculiana. Questo articolo è stato scritto da Stefano Siracusa a seguito di una intervista concessa qualche mese prima che avvenisse la sua scomparsa.
"Il più grande compositore Siculianese dal 1310 ad oggi. Pippo Colletti è nato a Siculiana nel 1928, abita a Siculiana in Via Mazzini 8, Tel. 0922 815806, 347 9877410. Autore e Poeta di svariati componimenti premiati in Siculiana nell'anno 1993 con la canzone "Arrivederci Siculiana", in Francia ed in U.S.A. e riconoscimenti con menzione su giornali e riviste."
Questo è quanto appare scritto sul sito ufficiale del comune di Siculiana.  Informazioni quantomai generiche e forse troppo scarne per un grande cittadino siculianese quale Pippo Colletti.  Occorre prima di tutto tenere presenti e definire senza ambiguità una differenza tra Cuntastorie e Cantastorie.

Il Cuntastorie così come il puparo, tratta fondamentalmente un repertorio epico-cavalleresco, il Cantastorie a differenza trattava tematiche a sfondo sociali riguardanti l’attualità e il contesto specifico in cui operavano. Quindi le tematiche che il cantastorie affrontava erano fondamentalmente a sfondo sociale. Un Cantastorie odierno se si limita a eseguire strumentalmente e vocalmente il repertorio classico, ad esempio La “Storia di la Barunissa di Carini” esso non può definirsi un vero e proprio Cantastorie bensì uno suo stereotipo. Tuttavia quando si parla di “valorizzazione” dei Cantastorie si fa accenno al suo stereotipo, cioè si tende a valorizzare il Cantastorie come figura che canta “le cose antiche”. Io sostengo che il Cantastorie non è colui il quale canta e tramanda storie antiche, ma egli nasce nella modernità e affronta tematiche strettamente legate all’attualità, dunque il suo repertorio tende ad affrontare tematiche assai varie ma sempre strettamente legate alla modernità. I Cantastorie, cominciano a comparire proprio nell’era moderna, a partire dalla Prima Guerra Mondiale, quando l’influsso “americanizzante” sulla canzone comincia ad avere un certo peso, quando si sviluppano le prime tipologie di registrazioni sonore e quando inizia ad affermarsi una cultura nazionale prima, e una sempre più crescente cultura di massa poi. I Cantastorie si rivolgono appunto a questa massa. Tra le piazze essi si esibivano sopra una macchina come palcoscenico, o su un palco, spesso vi era un proiettore o dei pannelli dipinti come sfondo. Il Cantastorie si informava, discuteva con il popolo, leggeva spesso i giornali e solo quando aveva preso coscienza di certi avvenimenti o di certi fatti, egli comincia a scrivere un testo. In un’intervista fatta a Mauro Geraci Cantastorie e professore associato di Etnologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Messina rispondendo alla domanda sull’identità e la modernità del cantastorie dice:
- «All’interno di ogni ambito socio-culturale ci sono zone che non sono affatto improntate alla cosiddetta “tradizione”, anzi tutt’altro. Il cantastorie esattamente come il pittore o lo scrittore deve variare la sua arte. Se uno va a cantare sempre la Baronessa di Carini o Orlando e Rinaldo o la leggenda di Colapesce, non è un cantastorie, ma la macchietta stereotipata di esso. Però paradossalmente quando si tenta di “valorizzare” il cantastorie vince lo stereotipo dell’”ultimo”, di quello che canta le “cose antiche”, ma a ben vedere non c’è nessuna antichità da rivendicare. I cantastorie nascono con la modernità, nel momento in cui dopo la Prima Guerra Mondiale la canzone si comincia un po’ ad americanizzare, si sviluppano le prime forme di disco, si afferma più robustamente una cultura nazionale e internazionale, di massa, ed è a questa che i cantastorie si rivolgono. Non è un fatto locale; la tradizione viene continuamente ripensata, i mezzi di comunicazione si rinnovano – tutti i cantastorie oggi hanno siti internet – ed il loro sapere è basato non sulla tradizione ma sull’innovazione. È l’aspetto moderno dunque che andrebbe tutelato e non lo stereotipo del cantastorie come ultimo relitto di un medioevo disneyano. Se invece si colloca il cantastorie in un museo o in una manifestazione gestita – mettiamo – dalla pro loco con fini di promozione turistica, di fatto gli si sta sottraendo il suo spazio ideale che è la piazza, telematica o reale che sia. I cantastorie riflettono su questioni della vita contemporanea, scrivono della guerra in Iraq, cantano la violenza sulle donne: è questo spessore critico che andrebbe valorizzato nel restituire la piazza come spazio libero ed imprevedibile di riflessione pubblica.
Un po’ come l’antropologo il cantastorie prima di scrivere un testo si deve documentare, parla con i diretti protagonisti, legge i giornali, si informa, assembla i materiali e cerca di ricostruire – senza levare e mettere, come diceva Orazio Strano – una versione poetica dei fatti. Che non è definitiva; viene poi musicata e cantata in piazza, quindi sottoposta al giudizio pubblico, e magari commentata, interrotta, evidenziata in un passaggio invece che in un altro. È una versione scritta che viene riesposta alla riflessione collettiva, un sapere sempre in movimento. Il cantastorie si estranea dal proprio giudizio, magari è di parte ma denuncia questa parzialità, offrendo gli elementi per attaccare, contrastare, ripensare insieme un fatto. Il cantastorie è mediatore nel senso più pieno del termine perché utilizza diversi mezzi – oralità, pittura, musica, gestualità, grafica – e la storia che narra viene spaccata in più canali comunicativi, ma anche perché presenta una storia “esterna”, che deve poi però rappresentare in prima persona, incarnando il personaggio, il bandito, il carabiniere, la mamma; possiamo dire dunque che si muove di continuo tra presentazione e rappresentazione».
Parlando a proposito di “Pippo Colletti” ho volutamente scritto Cantastorie-Cantautore per definire la sua attività artistica. Voglio innanzitutto affermare che sebbene il soggetto si definisca un “cantautori” (Cantautore), credo di non sbagliare nell’affermare che egli è in tutto e per tutto un Cantastorie, un Cantastorie che svolge un ruolo fondamentale nella rielaborazione culturale dei simboli della modernità.

Nell’affermare ciò voglio dare alcune motivazioni. La prima riguarda il fatto che le tematiche da lui affrontate sono “a sfondu sociali”: tematiche che spaziano dalla politica locale a quella internazionale, dal problema del lavoro alle condizioni difficili del sud, dal problema della mafia alla nostalgia del suo paese natio (Siculiana) quando si trovava in giro per il mondo in cerca di lavoro. 
L’altra motivazione riguarda il fatto della modernità. Egli non si limita a mettere in versi e cantare “cose antiche” ma mette in opera l’attualità e le vicissitudini di un Paese (Italia, Sicilia o Siculiana). Questa sua costante ricerca di esprimere l’attualità e la modernità è una costante che ha contraddistinto tutta la sua - non proprio fortunatissima - carriera di cantastorie-cantautore dagli anni cinquanta fino ai nostri giorni. Ad esempio nelle sue canzoni non mancano riferimenti e citazioni esplicite a uomini politici attuali come D’Alema e Berlusconi (ad esempio nel brano “Lu Paradisu è cca”), o a quelli locali. La sua storia di vita raccontatami in un’intervista, rappresenta lo spaccato di un Siculianese, uomo del sud martoriato dall’arretratezza e dalla povertà, che a partire dal secondo dopoguerra, lascia il proprio paese per cercare fortuna all’estero.
Gira il mondo. Diventa cuoco, bagnino, operatore cinematografico e infine marinaio presso una nave petroliera (La Trinidad), poi in alcune navi passeggere e turistiche. Tra una sosta e l’altra si esibisce nei teatri di tutto il mondo vincendo due premi di cui uno a New York, uno a Singapore e si classifica al secondo posto in un festival canoro presso un teatro di Parigi. Poi per vicissitudini familiari ritorna a Siculiana e diventa un commerciante ambulante di generi alimentari. Tuttavia la sua vena di cantastorie non si esaurisce. Anzi fa di più, comincia a registrare alcune audiocassette e a diffondere le sue opere presso gli abitanti siculianesi. Pubblica diverse poesie negli anni novanta nel “Giornale di poesia Siciliana” e continua a mettere in musica i suoi testi.
Oggi lo troviamo citato nel sito ufficiale del Comune di Siculiana che lo definisce artista, cantante e poeta. Tutti chi più chi meno, a Siculiana, possiedono almeno un Cd audio delle canzoni di Peppino Colletti. Su internet esistono diversi blog che parlano di lui e delle sue opere. Insomma, la sua identità come Cantastorie a mio avviso è confermata nell’importante ruolo svolto nella continua rielaborazione culturale dei simboli della modernità, mettendoli in musica o in versi e resi fruibili al pubblico. Questa diffusione - tra la popolazione locale - delle sue opere non è il frutto di esibizioni pubbliche in piazze o teatri, o nei saloni (barbieri) come avveniva agli inizi della sua attività di cantautore-cantastorie, ma avviene attraverso il mondo virtuale di internet e tramite la diffusione di audio Cd da lui stesso prodotti. Ecco anche in questo, nella fruibilità dei suoi componimenti ad un popolo “virtuale” (ossia il popolo di internet), e nella circolazione delle sue opere incise in audio Cd e nelle tematiche affrontate, viene conferma l’importanza del ruolo del cantautore-cantastorie Pippo Colletti come creatore di una memoria storica locale, che elabora e rielabora costantemente i simboli della modernità e della contemporaneità.

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